Nella zona Food Talk di Cibo a Regola d’Arte abbiamo incontrato due rappresentanti di una nota marca italiana produttrice e distributrice d’acqua: Giuseppe Dadà, Direttore Qualità, e Alessandro Frondella, Direttore Generale. La discussione, moderata da Isabella Fantigrossi del Corriere della Sera, si è concentrata sul grande dilemma che coinvolge molte aziende italiane e, soprattutto, quelle delle settore di distribuzione di bevande.

Negli ultimi tempi è infatti richiesto alle aziende di tutto il mondo di avere un approccio eco-friendly nei loro processi di produzione; e anche le aziende distributrici di acqua continuano ad interrogarsi sull’impatto ambientale dei materiali utilizzati con, in particolare, un forte scontro tra coloro che sostengono il vetro e coloro che sostengono il PET (polietilene tereftalato).

Il vetro, almeno fino a vent’anni fa, è stato il materiale più utilizzato per il packaging e viene ancora spesso utilizzato perché offre molte garanzie nella conservazione del prodotto. È ancora considerato il miglior materiale rispetto ad altri come, per esempio, alcune plastiche per la distribuzione delle acque frizzanti, che tendono a non preservare totalmente le caratteristiche originali del prodotto. Attualmente la maggior parte delle aziende ha deciso di utilizzare il PET. Inizialmente questa scelta è stata fatta considerando le minori spese di trasporto e di produzione che il suo utilizzo avrebbe permesso. 

Alcuni recenti studi portati avanti da numerose università americane hanno permesso di osservare che il PET ha un impatto ambientale inferiore a quello del vetro. Il vetro, innanzitutto, proviene da un processo di produzione più difficile, perché sono utilizzati molti più materiali che per il PET, e più costoso per le aziende. Inoltre sono alte le spese che le aziende devono sobbarcarsi per lo smaltimento del vetro e, specialmente in Italia, è molto utilizzato il processo del vetro “a rendere”, con un conseguente impiego maggiore di mezzi per il loro trasporto e un aumento dell’inquinamento base, lo smog.

Giuseppe Dadà

Frondella, in particolare, ha fatto notare che il PET in sé non è inquinante ma è il nostro comportamento che causa l’inquinamento. L’intento delle aziende del settore quindi non è quello di tralasciare l’utilizzo della plastica, e in particolare del PET (altre plastiche non hanno le stesse prerogative e non sono riciclabili), ma di sensibilizzare i consumatori sul riciclaggio dei materiali. Il direttore continua dicendo che “il PET è riciclabile infinite volte e ognuna di queste volte restituisce un prodotto che mantiene le stesse caratteristiche tecniche, meccaniche e prestazionali”; diversamente le plastiche biodegradabili che, all’apparenza, hanno un impatto ambientale minore perché “smettiamo di vederle”, non sono riciclabili! Forndella ci ricorda che “tutto quello che non vediamo più viene assorbito dall’ambiente che lo percepisce chimicamente”. Bisogna concentrarsi su programmi di supporto e di miglioramento del sistema di raccolta e tentare di creare un circolo chiuso tra aziende e consumatori che permetta un recupero dei materiali con una raccolta capillare, un riciclo meccanico (e non chimico) delle bottiglie e una produzione di bottiglie che sono, in sostanza, le stesse presenti nel circolo di mercato precedente.

In Italia consumiamo molta più acqua minerale e, a differenza della maggior parte degli altri paesi europei, meno bibite. Per questo motivo il recupero di bottiglie di acqua minerale è molto efficace e garantisce un reale ampio guadagno non solo per le aziende ma anche per l’ambiente. Frondella e Dadà sostengono che potrebbe essere valutata l’idea di incentivare il riciclaggio delle bottiglie di plastica con sconti ad hoc riservati a coloro che supportano le attività di recupero dei materiali e coinvolgendo nelle iniziative le aziende, gli ospedali e le scuole.

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